Fiammelle di mare su Sixth Island

 da “Musica per aeroporti” di Patrick Holland

 Se osservate bene le pozze tra gli scogli quando scende la marea della sera, forse riuscirete a vederle. A volte ce n’è qualcuna che nuota tra le mangrovie nelle piane di marea, ma non c’è niente di meglio delle pozze tra gli scogli per vederle. Noi le chiamiamo fiammelle di mare. Non so se abbiano altri nomi. Non so se si trovino solo sulla nostra isola o anche altrove. Non ne ho mai sentito parlare da chi non è di queste parti.

 Il vento di nordest arriva in primavera e porta le fiammelle di mare sulle nostre coste. Mi ricordo che da bambino, in un lontano ottobre, scesi sugli scogli da solo per cercarle.

 Non ho mai chiesto ai miei amici di venire con me. Temevo che avrebbero cercato di catturare e tormentare quelle piccole creature. Loro trascinavano i granchi del fango sotto gli scogli con dei ganci per romperne il guscio.

 I più bei momenti alla ricerca di fiammelle di mare li ho trascorsi con una ragazza che chiamavamo Conchiglia. Le avevamo dato quel nome perché, prima di conoscerla, la vedevamo raccogliere conchiglie sulla spiaggia meridionale e perché indossava una collana con un ciondolo formato da una barchetta di San Pietro. Apparteneva a quella tribù di bambini il cui sangue europeo qui si acclimatava, i cui capelli biondi venivano sbiancati dal sole e dall’acqua salata e la cui pelle diventava olivastra.

 Un pomeriggio, vidi Conchiglia mentre se ne stava nel cortile di casa sua, seduta e annoiata, e nonostante avessi progettato di andarci da solo, la invitai a cercare con me le fiammelle di mare, e lei accettò. Lasciammo Ooncooncoo Street a dodici anni, alle sei in punto.

 Conchiglia si era trasferita da poco a Moreton Bay, così vicino eppure così lontano dalla grande città. Si sentiva sola e un po’ intimorita a scuola. Molti di noi erano cresciuti insieme, c’erano più ragazzi che ragazze e noi sapevamo essere piuttosto sgarbati in gruppo. All’inizio mi fece pena. Poi iniziai a pensare a lei, alla sua abitudine di sedersi tenendo le ginocchia di lato, al suo modo di parlare e ai suoi interessi, così raffinati e strani per me. Cominciai a osservarla. Ma non sapevo come presentarmi. La sera in cui andammo in cerca di fiammelle di mare fu la prima in cui parlammo davvero. Mentre ci allontanavamo dalla sua via, ebbi la sensazione che fosse elettrizzata all’idea di farsi un amico e che mi avrebbe seguito ovunque, ben oltre le pozze tra gli scogli.

 Mi disse che nella sua vecchia scuola suonava il violino, ma che qui non c’erano insegnanti. Sua madre stava facendo del suo meglio per sostituirsi al suo maestro. Mi disse che le piaceva l’isola, tranne che per quella cosa. Io risposi che sapevo suonare un po’ la chitarra, ed era vero. Aggiunsi che mia madre, essendo un’insegnante, poteva farci entrare nella sala da ballo della comunità tutte le volte che volevamo, che lì c’erano tantissimi vecchi strumenti e che avremmo potuto fondare una band, il che non era affatto vero. Tra realtà e fantasia decidemmo che le sue ambizioni musicali non dovevano avere fine. Organizzammo dei concerti pubblici che non si sarebbero mai tenuti.

 Attraversammo le strade di bitume, oltre un recinto per il bestiame sul letto d’acqua salata, fino al lungomare che si snodava accanto a edifici in legno e lampioni ricurvi ancora spenti. Arrivammo in spiaggia, dove una ventina di pozze create dalla marea riflettevano l’arco del tramonto. Il sole scende in fretta qui e restammo immersi nel crepuscolo tra le pozze. Forse avevo sperato di restare solo con lei, o magari questa gelosia appartiene più all’uomo che sono che al ragazzo che ero.

 Non venne nessuno in spiaggia. L’oceano era disabitato, tranne che per un peschereccio solitario al largo con la luce accesa sull’albero.

 Le diedi la mia torcia. Le dissi di illuminare le pozze e cercare degli occhi riflessi che ci avrebbero indicato la loro presenza. Non si trovano quasi mai fiammelle di mare nelle pozze di marea sulla sabbia e sul fango e non nutrivo alcuna vera speranza, stavo semplicemente sperando di prolungare il tempo a nostra disposizione mettendoci dentro un po’ di azione. Era una possibilità. Mentre ci dirigevamo verso il promontorio, il luogo in cui nutrivo le mie vere speranze, lei controllò ogni pozza.

 Lasciammo le scarpe sulla sabbia. I nostri piedi di bambini trovarono ogni appiglio negli scogli e una ragazza di dodici anni non ha nulla da invidiare in agilità a un ragazzo. Presto finimmo per inginocchiarci nei pressi di una pozza profonda che il mare aveva appena formato. Non avevamo più bisogno della torcia ora. La sua luce non sarebbe penetrata nelle profondità dell’acqua. E comunque, dovevamo solo far ondeggiare una mano al suo interno e se la pozza avesse contenuto una fiammella di mare, si sarebbe illuminata sott’acqua come una candela.

 Mi disse di non averne mai vista una. Se quella sera ci fosse stata una fiammella di mare, volevo che fosse lei a trovarla.

“Provaci tu.”

 Mise un braccio in acqua fino al gomito e lo agitò.

 Se ne illuminarono due.

“Ah…” I suoi occhi brillarono come le fiammelle. “È una buona pozza”, dissi. “Siamo fortunati.” “Sì. Siamo proprio fortunati.”

 Pensai che non si rendesse conto di quanto fossimo stati fortunati. Potevi cercarle per giorni senza mai vederne una.

“Guardiamo nelle altre pozze?”

“Restiamo qui”, risposi.

“Sì”, concordò. “Restiamocene qui dove abbiamo avuto fortuna, il più possibile.”

 Era bellissima in quel momento, mentre pronunciava quelle parole inconsuete. Normalmente io me ne sarei andato a controllare le altre pozze, lasciando quella in cui ero certo di trovarle. Invece, sentii di voler restare dove lei stava bene.

 Era piuttosto raro vedere più fiammelle di mare insieme. Le parlai delle loro uova, che galleggiano sulla schiuma del mare restando in aria. All’inizio non mi credette. Le assicurai che era vero. Me lo aveva detto mio padre. Forse era soltanto una sua ipotesi, oppure una credenza, tuttavia nulla di quanto ho appreso da allora lo ha mai smentito. Le nostre coste sono protette, tuttavia le fiammelle di mare non hanno alcun mezzo con cui contrastare anche le onde più piccole: nessun muscolo con cui attaccarsi come le patelle, né la capacità o la tendenza ad ancorarsi alle fenditure dei ricci di mare. Si vedono solo di notte. Non so se siano resistenti alle temperature elevate degli scogli e al clima secco o se il loro istinto le porti, con le maree della sera, ad avvicinarsi alla costa sentendosi al sicuro.

 L’esistenza delle fiammelle di mare non sembra avere alcuno scopo pratico. Non c’è nulla nelle pozze che spunti fuori per azzannarle. Pur essendo preda di qualche animale furtivo, il loro bagliore, se disturbate, può soltanto favorirne la cattura. Non sono commestibili né utilizzabili come esca, inoltre muoiono se messe in una bacinella. Le fiammelle di mare sembrano esistere solo per trasportare la luce.

“Prova a prenderne una”, dissi.

“Non voglio farle del male.”

 Risi, felice di saperne di più sull’argomento, felice di poter condividere ciò che sapevo.

 Lei accese le loro luci, poi cercò di afferrarne una che si trovava sul lato più lontano della pozza chiudendo le dita. Provò di nuovo e ridemmo entrambi.

“È praticamente impossibile”, dissi.

 Sospirò dandomi ragione. Non era possibile catturarle a mani nude.

 Restammo a guardare le fiammelle di mare per non so quanto tempo. I loro movimenti imprevedibili e la luce scongiuravano ogni possibilità di annoiarci. I bambini non posseggono quell’accumulo di passato e quell’anticipo di futuro che sminuiscono il presente, la felicità del momento è una felicità completa. Il tempo non ci affliggeva più, dunque rimase sospeso.

 Dev’esserci stato un momento quella sera in cui decidemmo che si era fatto tardi e che avremmo fatto meglio a tornare a casa. Non ricordo quella decisione. I miei genitori erano nativi dell’isola e non si sarebbero preoccupati anche se fossi rincasato tardi, ma la sua famiglia non conosceva le nostre consuetudini e si sarebbe preoccupata.

 Non volevo, ma mi ritrovai ad accompagnarla al cancello di casa. Me ne restai solo dietro un fico a vedere il padre uscire e fare finta di essere arrabbiato quando sentì i suoi passi sul sentiero. La abbracciò e la fece entrare.

 Ero geloso. Quella sera sarebbe potuta durare per sempre se non ci fossimo arresi.

 Non trascorsi mai più un’altra serata con la ragazza che chiamavamo Conchiglia. Passarono due anni e le circostanze e la mia timidezza fecero sì che non diventassimo mai i compagni che avremmo potuto essere. Tuttavia, se in qualsiasi momento durante quei due anni mi avessero chiesto di scegliere il mio compagno di classe preferito avrei sempre fatto il suo nome. Ciò avrebbe sorpreso chiunque, tranne lei, probabilmente.

 Lei terminò la scuola primaria in città. Il giorno prima della sua partenza si presentò inaspettatamente a casa mia. Mi disse di non voler lasciare l’isola. Non l’aveva detto a nessuno. Mi prese la mano. Era la seconda volta in cui eravamo da soli. Poi se ne andò.

 Tre anni dopo seppi che era stata ammessa al conservatorio della città come violinista. Due anni dopo, di ritorno da un giro in barca, mia madre mi chiese se mi ricordassi di una ragazza che aveva abitato sulla nostra isola. Mi mostrò una foto sul giornale della città, già vecchio, di un volto che era il suo, anche se dovetti osservarlo due volte per esserne certo. Mia madre mi disse che la ragazza era stata uccisa in un nightclub da un uomo che le aveva messo della droga nel bicchiere. La attendeva uno splendido futuro, diceva l’articolo, interrotto prematuramente senza alcun senso. Me la ricordavo? Non so perché mentii dicendo di no.

 Andai in spiaggia. Sedetti su una duna alta e osservai l’oceano, la luce sobbalzante di una nave lontana. Avevo il cuore a pezzi, pur non avendone quasi per nulla diritto. Non la vedevo da più di cinque anni. Mi chiesi se il mio amore si sarebbe esaurito, come avrebbero previsto i pessimisti, essendo diventato futile con la morte del suo oggetto.

 Guardai verso nord, attraverso una distesa caotica d’acqua e udii le parole del ladro crocifisso: ricordati di me quando entrerai nel tuo regno. Temo la dimenticanza di Dio. Questo goffo tentativo di scrivere della sera passata con lei e con le fiammelle di mare serve a recuperare una sera lontana che aveva significato qualcosa per me, in questo mondo in cui il tempo ha sempre meno significato. Non posso essere certo che tutto ciò che ho scritto qui è effettivamente successo, anche se — in qualche modo inesplicabile — è vero.

 Sono ancora qui sull’isola. Non me ne andrò mai. Gli uomini pescano ancora in queste acque, ma non vivono sull’isola né vi costruiscono le proprie barche. Dicono che non c’è futuro nel mio modo di vivere. A me non preoccupa il futuro. Sono un uomo che per molti ha fatto poco. Ma ho già visto più di quanto io riesca a comprendere e perso molto più di quanto io abbia conservato.

 Ora ci sono poche fiammelle di mare. Come tutte le cose belle, sono diminuite di pari passo con il trascorrere del tempo, che avvicina questo mondo degradato alla propria fine.

 Ho camminato in spiaggia diretto al promontorio e sono salito sugli scogli. Ho agitato la pozza, la stessa pozza… Un’improbabile fiammella di mare è venuta su e si è illuminata.

 Ho parlato a quella piccola creatura, alle stelle, a Dio. Ho chiesto loro di ricordare i movimenti perduti di quella sera trascorsa nel tempo.

 Guardiamo nelle altre pozze?

 Restiamo qui.

 Sì. Restiamocene qui dove abbiamo avuto fortuna, il più possibile.

 Perché non posso tenerti qui con me?

 Nelle profondità della pozza una seconda fiammella di mare si illuminò ed emerse accanto alla prima, come una lacrima di luce cadente.

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