Le ceneri del padre

di Horacio Cavallo

La cassetta con le ceneri è calda, come il pomeriggio prima, quando gliela avevano consegnata al crematorio municipale. Leonel aveva sperato che fosse suo padre a fare il primo passo verso il funzionario con le braccia protese, ma davanti alla sua immobilità fu lui stesso ad avvicinarsi aprendo le mani. Ne sentì il calore sul petto. Due chili di cenere che sostenne senza sapere cosa fare, estraneo alle procedure del rituale. La cosa strana è che adesso, mentre la due cavalli accelera verso nordest contenendo il mormorio della radio, torna a sentire quel calore. Lascia la cassetta a terra nell’auto, la stringe con le caviglie e fa fuoriuscire il fumo in avanti.

A volte lo distraggono i boschi interminabili, altre le macchie chiare e scure che delimitano i recinti di filo spinato, la costante luminosità del verde. Il brontolio del motore sarebbe appena sufficiente a fargli sentire il padre, se avesse voglia di parlare.

Il padre guida con le spalle ingobbite e lo sguardo fisso sulla strada. Leonel ha visto poche persone guidare con quella sensazione di timore. Quando lasciarono Fraile Abdiel e tornarono nella capitale insieme al padre di sua madre, il quale adesso, per pietà o per egoismo, riportano al paese, sembrava logica la pesantezza dei tre, mentre attraversavano stradine sterrate e acceleravano su quella lingua interminabile che era la strada, intenzionata a mantenere il proprio splendore.

Leonel aveva appena compiuto quindici anni quando sua madre e la sorella di sua madre annegarono una notte di ritorno da Buenos Aires, durante la traversata a bordo di una lancia a remi. Alcuni in paese ricostruirono storie torbide: spari, bracciate, pacchetti enormi che galleggiavano trascinati dalla corrente. L’unico sopravvissuto confessò che la lancia aveva iniziato a imbarcare acqua a metà traversata e che era troppo bassa per via del peso in eccesso. Il tipo che si occupava dei viaggi era un uomo di fiume. Conosceva le isole ed era in grado di nuotare per ore, anche senza togliersi i vestiti. Solo una volta parlò con Leonel della disgrazia. Disse che nessuna delle due donne volle togliersi il giubbotto nonostante le avesse avvisate, non si tolsero nemmeno gli stivali. Nessuno si salva nel fiume con indosso gli stivali, gli spiegò poggiandogli una mano sulla spalla, in una sentenza che lo esimeva dalla colpa.

La madre e la zia di Leonel avevano traversato il fiume per risparmiare, visto che avevano speso molto per organizzare la festa di compleanno di Begoña, nipote dell’una, figlia dell’altra. Più di una volta, Leonel si fermò a pensare fino a dove la corrente aveva trasportato quel vestito bianco. Si immaginò mentre lo rincorreva dall’alto, osservando un’enorme farfalla bianca che emergeva e affondava, sbattendo le ali. Alle sorelle toccò la stessa sorte: la disgrazia di non trovare un pezzo di terra in cui essere piante.

Il vecchio non lo aveva mai accettato – lo stesso tipo che ora non era che un pugno di cenere dentro una scatola – mentre i loro corpi non erano da nessuna parte. Per questo, anche se negli ultimi anni non aveva detto una parola e lo avevano visto decomporsi nella stanza in fondo alla casa, pensano di dare fuoco a quella stanzina al loro ritorno, visto che non c’è niente che possa togliere quell’odore dalle pareti, lì, dove trovarono la lettera in cui chiedeva di essere riportato sulla costa di Fraile Abdiel e di gettare le sue ceneri nel fiume.

Si fermano in un distributore di benzina. Fanno il pieno e lasciano raffreddare il motore. Entrano nel bar e bevono caffè tenendo gli occhi fissi sulla strada. Ogni tanto Leonel si guarda riflesso nel vetro. Ha i capelli cortissimi, si sta lasciando crescere barba e baffi. Guarda suo padre, silenzioso, come se credesse realmente che questo viaggio rappresenti una veglia funebre ambulante. Si era fatto la barba, prima di uscire, cercando di non tagliarsi. Una cicatrice sul volto avrebbe pregiudicato il suo aspetto, la cravatta annodata, il colletto della camicia, bianco come quello di un cigno.

“E se andassimo a trovare Begoña o suo zio?” domanda Lionel, guardandolo negli occhi nel riflesso del finestrone.

“Non andremo a trovarli. Non avrebbe senso”, risponde il padre dopo un po’, guardandosi le mani, “è passato troppo tempo senza che si siano fatti vivi per presentarci lì, così all’improvviso”.

“Ma nemmeno noi li abbiamo chiamati in questi dieci anni.”

“Toccava a loro. Il vecchio stava da noi.”

Pagano ed escono. Montano sulla due cavalli e restano fermi per un po’ cercando di metterla in moto. Leonel torna a posare un piede su ciascun lato della scatola. Il padre colpisce il volante e si passa la mano sul viso. Si avvicina il ragazzo del distributore, offrendo di dare un’occhiata alla macchina. Il padre di Leonel gli dice che serve solo una spinta. Scendono entrambi. Leonel e il ragazzo spingono da dietro. Non appena riescono a muoverla, il padre salta dentro e la mette in moto. Di corsa, Leonel volta il capo per ringraziare. L’altro alza la mano come a indicare il colore del cielo.

Traduzione di Giacomo Falconi. Trovi il resto del racconto su Padri senza figli

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