Intervista a Luciana Sousa

  1. Com’è nata l’idea di Luro, qual è stato il fattore scatenante che le ha fatto decidere di mettere nero su bianco le vicende della protagonista, insieme a quelle di Sánchez e Julio?

Da piccola andavo a pescare con mio padre in una baia a sud della provincia [1] di Buenos Aires. Un paesino di pescatori, sul mare, che si chiama San Blas. Per raggiungerlo facevamo lunghi viaggi in auto. Ci fermavamo ogni due o tre ore in diverse stazioni di servizio, all’ingresso dei paesi. Entrambi eravamo incuriositi da quello spazio un po’ di frontiera che queste stazioni costituiscono. Una sorta di purgatorio: un punto fermo in mezzo al traffico. Cercavamo di immaginare come fosse vivere lì, vedere la gente passare, gli sconosciuti. Guardavamo le vetrine, tutte impolverate e piene di vecchi oggetti che ogni tanto qualcuno comprava di fretta. Da allora, credo, mi è rimasta quell’immagine, quell’impressione.

Anni dopo mio padre ha preso in gestione un bar, nel quale ho lavorato per un po’. E nonostante non fossimo sulla strada, da quel momento eravamo noi, dall’altro lato del bancone, a vedere la gente passare. A immaginare la vita di chi era solo di passaggio, e a conoscere quella di chi invece aveva iniziato a venire, ogni giorno, per rimanere lì diverse ore.

È stato in quel periodo che ho scritto Luro.

 

  1. Potenzialmente, la storia poteva prendere il via con un fattore qualsiasi, come mai la scelta di introdurre la figura del migrante come catalizzatore degli eventi? Ha una funzione specifica, come ad esempio quella di introdurre o suggerire un tema in particolare?

In Argentina buona parte della popolazione discende da immigrati; alcuni discendono da europei che si sono stabiliti nel paese verso gli inizi del ventesimo secolo, altri, da migranti di paesi vicini giunti poco più di vent’anni fa.

Ma il migrante di colore, fino a pochi anni fa, era una novità assoluta per noi. Ci costava comprenderne i costumi, trovare un linguaggio comune. E la cosa era un po’ sconcertante.

Allora ho pensato che, se era così per noi, che vivevamo in città, la situazione doveva essere ancora più marcata in una comunità più piccola, nella quale tutti si conoscono.

In termini letterari, credo che un’alterità così radicale serva proprio a scuotere lo spirito dei personaggi di quell’ambiente rurale, un po’ inerte, in cui si dà per scontato che “non succeda nulla”.

 

  1. La stazione di servizio in cui lavorano i personaggi appare quasi come una sorta di luogo non-luogo, in cui tutti passano ma nessuno ha intenzione di fermarsi. Cosa succede quando il migrante scompare e comincia la sua ricerca? Cosa è scattato nei personaggi, o che legame si è creato?

Tra il migrante e ciascuno dei personaggi si crea un legame particolare. Nella protagonista emerge la necessità di prendersi cura di lui, di proteggerlo. Sánchez mostra empatia perché si riconosce in lui. Julio lo respinge. Credo che, a partire da questo incontro, affiorino pensieri e desideri che portano la storia verso un’altra direzione, che mettono in moto qualcosa che in un certo senso era già lì, come un seme non ancora germogliato. Perché cambia anche il rapporto tra di loro.

 

  1. E tornando ai personaggi principali, per quale ragione la voce narrante è proprio quella di una ragazza, incinta, della quale conosciamo tutte le sensazioni fisiche, minuto per minuto, ma non il nome?

Ho scelto questo personaggio perché mi attirava l’idea di narrare la storia dalla prospettiva di una donna. È una ragazza un po’ apatica, per cui ciò che prova lo manifesta con il corpo, piuttosto che con le parole, sarebbe apparso poco plausibile vista la sua personalità. Anche se non sembra, questo aspetto dà un’enorme libertà espressiva, perché anche il corpo possiede un linguaggio estremamente vario e ricco. È un linguaggio a cui presto sempre più attenzione; in me e negli altri. Sono sensazioni fisiche, sì, ma allo stesso tempo sono anche manifestazioni di altre sensazioni, come la paura, il piacere, la tensione.

Inizialmente il fatto che la protagonista non avesse un nome semplicemente non si è posto come un problema, e in seguito non mi è più sembrato un aspetto necessario. Ho rispettato la cosa, e non mi sono imposta di cambiarla. So che in termini letterari potrebbe risultare disorientante, considerato che il nome è un elemento vitale nella costruzione di un’identità, non solo di un personaggio, ma di qualsiasi persona. Ma quell’ambiguità, tra l’unico e l’indistinto, testimonia quell’enorme libertà che sia lei che io sentiamo nei confronti di questa storia. La libertà di non spiegare niente a nessuno.

 

  1. Passando alle illustrazioni presenti nell’edizione originale, il cui autore ha il suo stesso cognome, come mai la scelta di introdurle all’interno del testo?

 Le illustrazioni, opera di mio fratello Agustín, sono state pensate per la prima edizione del libro, che era artigianale. Lui conosce quei paesaggi esattamente come me, e ci è sembrato che incorporare degli elementi grafici potesse arricchire sia la storia, che in partenza è già piuttosto visiva, sia il libro, in qualità di oggetto, che abbiamo realizzato insieme a Lucas Oliveira, editore di Funesiana[2], dove Luro è stato pubblicato per la prima volta. Abbiamo pensato a una pubblicazione molto personale, estremamente curata: abbiamo scelto il materiale con cui rilegare i libri che Lucas ha stampato e cucito personalmente. Conservo questa esperienza come un tesoro.

 

  1. Luro è ambientato in una zona lontana dalla città, nel nulla della campagna fuori Buenos Aires, in quello che sembrerebbe essere la massima espressione di un ambiente “di provincia”. Come mai la scelta di una collocazione simile per la storia? E inoltre, se scappare da quella calma quasi asfissiante è l’unica soluzione, mentre la città, come suggeriscono i personaggi, è invece un ambiente ostile rispetto a dove vivono, qual è la destinazione ideale?

 L’Argentina è molto grande, ci sono diversi tipi di zone rurali e di aree di provincia completamente diverse tra loro. La scelta di Luro ha a che vedere con l’ambiente che costituisce la regione della pampa, un territorio storicamente conteso: nel diciannovesimo secolo la zona era il limite di ciò che l’incipiente stato nazionale chiamò “deserto” e che era deciso a dominare territorialmente attraverso una campagna militare chiamata appunto “la conquista del deserto”.

Credo che la pianura contribuisca a dare quella sensazione di desolazione, di vuoto, trasmessa da questo romanzo. Sembra l’opposto della città, ma solo nella costruzione che ciascuno fa di ciò che non conosce, proprio in quanto immaginario. In questo senso c’è una duplice alterità; la città e il migrante, come apparenti rovesci di un determinato stato delle cose.

 

  1. Il contrasto tra provincia e città, aspetto che dal racconto sembrerebbe essere molto marcato in Argentina, è un tema ricorrente all’interno della produzione letteraria non solo argentina, ma anche italiana ed europea in generale. Ci sono degli autori in particolare che considererebbe influenze rilevanti per la scelta di riproporre questo tema in Luro?

In Argentina, come suppongo accada anche in altri paesi, il rapporto tra campagna e città si inserisce in un dialogo storico, profondamente radicato, tra due entità in costante tensione: presuppongono due modelli di paese molto diversi tra loro e vengono viste come tali.

Dall’altro lato, credo sia problematico considerare ciò che chiamiamo provincia o campagna, come un insieme uniforme: come per qualsiasi altro universo sociale, è tutto molto più complesso. Questa opacità mi attrae in modo particolare e lo stesso accade a un gran numero di scrittori. Su due piedi penso a riferimenti vicini come Sara Gallardo, Elvira Orphée o Libertad Demitrópulos, ma senza dubbio ce ne sono molti altri. Hebe Uhart è stata molto importante e anche Selva Almada, al momento, mi piace molto.

 

  1. La protagonista è incinta, sta per partorire una nuova vita e con grande effetto il libro finisce proprio prima che i lettori possano scoprire “cosa succede dopo” e come va a finire tutto, le storie di tutti i personaggi incontrati, che si sono intrecciate costantemente all’interno del racconto ma ognuna meriterebbe un romanzo a parte. È prevista, in qualche momento, la scrittura di un seguito per Luro?

 I finali sono sempre difficili, molto più degli inizi. Credo che Luro lasci molto spazio affinché i lettori costruiscano un seguito per la storia. Ognuno, suppongo, immaginerà un futuro diverso, perché tutti abbiamo un’idea distinta di futuro. Ma non ci si può pensare troppo, si impazzirebbe.

Al momento non ho in programma di scrivere un seguito per Luro. Non credo in questo tipo di continuità. Mi piace pensare che i libri si susseguano, ma non in linea retta, bensì in obliquo. Qualcosa di una storia, una voce o un personaggio, rimane. Inoltre, la ricerca di nuove voci, nuove storie e anche nuove forme rappresenta una sfida per la mia scrittura.

 

  1. Passando invece al suo percorso editoriale, che ha visto pubblicare Luro prima con una piccolissima casa editrice, Funesiana, e poi, dopo le selezioni del Bogotá39, con Tusquets, com’è stato vivere la selezione e poi “il grande salto editoriale”? Cos’è cambiato nel suo modo di rapportarsi alla scrittura e all’editoria?

Quando Luro è stato pubblicato da Funesiana non pensavo assolutamente a dedicarmi alla scrittura. Scrivevo, come ho sempre fatto, ma pensando solo al mio desiderio e alla mia scrittura, e non al lettore. Pensavo solo a scrivere.

Quando ho inviato il romanzo alla casa editrice, l’ho fatto perché credevo in quella storia. La amavo, sentivo che non meritava di rimanere in un file sul computer. L’ho letta diverse volte e mi piaceva, mi convinceva.

Per cui quando ho preso quella decisione, il resto non esisteva. C’era solo la scrittura. Poi, quando è arrivato il riconoscimento – molto presto – sono stata costretta a pensare al perché scrivo, al perché voglio scrivere.

Oggi continuo a credere nel mio desiderio, e mi impegno a rispettarlo, ma prendo sempre più in considerazione il lettore. Cerco di essere io stessa lettrice di ciò che scrivo. Credo che questa ricerca si sia estesa anche alle decisioni editoriali: dare maggiore circolazione al libro. Più possibilità, più lettori.

 

  1. Ora che Luro sta per essere pubblicato in Italia da Edizioni Wordbridge, secondo lei cosa può trasmettere il suo libro ai lettori italiani? È una storia universale o si tratta piuttosto di una storia che ci mostra un lato sconosciuto dell’Argentina? O magari, tutte e due le cose?

 Ogni storia umana racchiude in sé stessa l’universale e il particolare. Pubblicare in Italia rappresenta per me una grande gioia, ma non ho la pretesa di mostrare o svelare nulla a un pubblico in particolare, anche se sicuramente per chi non conosce il luogo o le sue peculiarità, la cosa può essere nuova. Questo succede, o può succedere, ma non è l’aspetto più importante. La cosa importante è credere nella storia, lasciarsi coinvolgere, esserne colpiti. È questa la letteratura che ammiro, e in cui credo.

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[1] Le province in cui è suddiviso lo Stato Argentino non hanno le stesse caratteristiche delle province italiane, bensì costituiscono territori significativamente più ampi, molto più vicini al noto concetto di “regione”. Per segnalare tale differenza il termine “provincia” verrà lasciato in corsivo.

[2] Funesiana si configura come “casa editrice artigianale”, una realtà piuttosto diffusa in Argentina. Il progetto di questo tipo di case editrici consiste nel pubblicare titoli con tirature assai ridotte, ma i cui esemplari sono curati uno ad uno. Nel caso specifico qui menzionato, si pone sempre grande attenzione alla scelta dei caratteri utilizzati per la stampa, così come ai materiali utilizzati per la rilegatura del volume. I libri, inoltre, sono tutti rilegati e cuciti esclusivamente a mano.

L’intervista e la relativa traduzione dallo spagnolo sono a cura di Margherita Gianni.

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