“Tratti di Levert” di José Adiak Montoya

La prima fu la bellezza. Adesso vi racconto cosa accadde. Levert nacque in un giorno di primavera in cui il sole, il re degli astri, la sfera delle sfere, splendeva luminoso sul verde della vita sulla Terra, il mondo cinguettava, tutte le creature gioivano. Fu il giorno dell’eclissi. Per un momento il sole fu privato della sua potenza, e mentre i cittadini osservavano in estatica contemplazione, pensando “oh, che spettacolo glorioso!”, le tenebre giunsero da questo lato della Terra. Levert uscì dal grembo della madre, dove per nove mesi aveva sognato tranquillamente, avvolto in un liquido caldo, al sicuro dal mondo. Il suo pianto nell’oscurità risuonò di impotenza. Tutti gli occhi attesero quell’istante, quando il sole si sarebbe scoperto, così da contemplare il neonato nella pienezza del suo splendore. Un bambino perfetto. Un cherubino caduto. L’immagine stessa della gioia. Poi, insieme al sole, illuminò il tugurio dove era nato e gli occhi attoniti di coloro che si trovavano nella stanza. La gente della baraccopoli, il quartiere dove nessuno poteva ricordare l’ultima volta che l’elettricità aveva funzionato, giura che quella notte sopra la baracca di Didiane il lampione brillava di una luce potente, illuminando la fragile struttura come un’unica candela contro il buio, mentre dentro lei era ancora estasiata, con il bambino in braccio. Il suo settimo figlio.

Raccontano, come vedemmo tutti, che quella notte la gente del quartiere si allineò in una fila tortuosa sul vicolo fangoso che conduceva alla porta di Didiane. C’erano bambini in braccio, altri tenuti per mano, in attesa, donne e vecchi. Si era diffusa la notizia che era nato un bambino talmente bello che pareva caduto dal cielo, e tutti volevano vederlo. Non parlavano con Didiane da settimane, mesi, anni, ma quel giorno quella gente le diceva ciao Didiane, siamo venuti per congratularci con te per la nascita di tuo figlio, siamo venuti qui per farti gli auguri, come sta la famiglia?, come sta Julien?, come va la vita?… Tutto il quartiere fece un pellegrinaggio a piedi, di notte, perché il sole si era già nascosto, con le braccia cariche di doni: polli, vassoi pieni di cibo, vestiti per bambini.

All’ingresso della casa, Julien, padre orgoglioso, riceveva la gente e dava il benvenuto, grazie mille per la vostra visita, poi le anziane, i bambini, gli uomini o le donne entravano, lasciavano il loro dono e attraversavano la piccola stanza, che cadeva a pezzi, fino al letto di Didiane, dove nella penombra contemplavano il piccolo dio tra le sue braccia. Vicino al letto, disposti tre per lato, i suoi fratelli facevano la guardia, assumendo la posizione di chi dovrà proteggere qualcosa per il resto della propria vita. Ma come tutti saprete, non è così che andò.

Per tutta la notte la famiglia restò di guardia. E mentre l’alba avanzava Didiane non avvertiva alcuna stanchezza, si sentiva vigorosa, con una forza che non ricordava di aver provato dalla sua giovinezza, quando dopo le piogge usciva in strada per saltare instancabilmente sulle pozzanghere di fango. A poco a poco, con il passare delle ore la fila di persone si andava assottigliando. Il pellegrinaggio era finito e tutto il vicinato aveva visto con i propri occhi che era vero, un angelo era nato tra loro. Che il bambino brillava, che emanava un profumo di mandorle fresche, che era splendido. I sei fratelli Levert annaspavano di stanchezza quando la madre li mandò a riposare nella loro stanza, un locale di medie dimensioni che avevano sempre condiviso. I suoi sei figli prima di Levert, tutti maschi, tutti nati uno dopo l’altro.

 

Didiane aveva passato metà della sua vita incinta e sembrava decenni più vecchia di quanto fosse in realtà, eppure non era stata consumata tanto dai parti quanto dalla miseria. Prima, quando era una bambina che saltava sulle pozzanghere, la povertà era qualcosa che apparteneva ai suoi genitori. La fame era una cosa normale, non aveva conosciuto nulla di diverso. Una volta adulta, con in grembo il suo primo figlio, si rese conto di essere povera, di essere umile, di non sapere nulla. Per la prima volta, le dispiacque non saper leggere, non capire come funzionava il suo paese, non essere in grado di indicarlo sulla mappa. Fu allora che Julien si trasformò in un tronco di legno alla deriva dopo un naufragio. Un uomo di cui occuparsi affinché non la lasciasse mai, affinché la povertà fosse condivisa, affinché le acque viscide della miseria non arrivassero alla sua bocca e la affogassero. Lui, che aveva visto in lei una creatura innocente, i cui fianchi gli sembravano frutti carnosi, la stava salvando… come un angelo guardiano che le svolazza intorno tenendola per le braccia per impedirle di affondare nella marea. E caddero in un amore profondo, di notte si intrecciavano nel loro giaciglio, incapaci di staccarsi l’uno dall’altro. Credevano che giorno dopo giorno il destino avrebbe provveduto, che non c’era altro da fare se non amarsi per vivere. E così vi dico, come tutti sapete, come diceva il poeta la maledizione dei grembi poveri è la fertilità, e quella maledizione cadde su Didiane. Ancora e ancora. Come prima in sua madre fino a quando nacque lei, settima e ultima in un parto di morte. Didiane non aveva nessuno che le parlasse della maledizione che portava l’amore, aveva sei fratelli maggiori che avanzavano confusamente nella vita, passando uno sopra il cadavere dell’altro. Come sua madre, scelse ciò che pensava fosse amore e che si rivelò miseria e parto. Era vecchia senza esserlo, con i suoi denti bucati, con la smorfia fissa delle labbra indurite.

Con Julien al suo fianco, avevano dovuto sopportare il peso di molti figli affinché questo bambino potesse arrivare. Ora la casa traboccava di cibo. Nelle strade del quartiere la salutavano come una sovrana, come se gli occhi di tutti si fossero risvegliati da un lungo letargo per rendersi conto che lei, Didiane, meritava rispetto. I suoi capelli grigi sembravano ringiovanire e le sue rughe erano camuffate e nascoste dalla luce, per la prima volta dopo tanto tempo quel rictus impenetrabile sulle sue labbra si trasformava in un sorriso al momento di ricevere gentilmente doni dai vicini, che le dicevano è per il bambino, è per te, bisogna essere forti per crescere quel piccolo pezzo di cielo così bello, così sano, un cherubino, mentre si chinavano a toccare le guance del piccolo e poi con discrezione toccavano le proprie, come se fosse un balsamo.

Non mancava nulla.

 

Ve lo dico come ci è stato detto. C’erano tre Ministri, ed erano vecchi e quasi ciechi, e si dice che erano stati giovani quando anche il Comandante lo era. Alcuni dicevano che fossero i suoi fratelli, dato che non si sapeva nulla della famiglia del Comandante, perché tutti erano sempre stati lì, da prima che esistesse la Storia. Si diceva che in qualche momento prima della Memoria lo avessero tradito, e che in seguito vennero perdonati, senza rancore nel cuore, e il Comandante donò loro gloria e ministeri. Così avevano detto, anche se non ci furono mai testimoni pronti a giurarlo. Altri dicevano che i quattro si conoscevano fin dall’infanzia, che correvano insieme per le strade, prima del Tempo, e che non si erano mai separati. La nazione era piena di storie come quelle.

La verità è che erano tre anziani torvi, ed era da molto tempo che non si vedevano alle riunioni, alle assemblee e ai cortei politici. Si sapeva che erano vivi solo perché la loro morte non era mai stata annunciata.

Si seppe di loro fino a quando accettarono l’incarico di fare visita a Levert, di seguire le tracce della sua luce, fino a quando dissero Sì Comandante, andremo a contemplarlo e gli porteremo doni affinché tutti, ovunque, possano testimoniare la bontà con cui governate la nazione.

E poi partirono in una carovana di veicoli neri, uno per ogni Ministro, e attraversarono la città di quartieri intorpiditi dalla tristezza, tra quegli edifici statici, impantanati nel tempo. Passarono la notte costeggiando il mercato putrido alla periferia della città, quella cittadella che avvelenava le acque della spiaggia, le cui bancarelle le onde accarezzavano e si infettavano. Attraversarono con timore, perché si sapeva, e lo sappiamo tutti, che di notte in quel mercato brulicavano esseri malvagi, con due teste, trenta dita, occhi di pesce, uomini deformi la cui mostruosità non era fatta per l’occhio umano, anime che la città rifiutava e che trovavano rifugio nell’oscurità di quei sudici vicoli.

Viaggiarono di sobborgo in sobborgo. Così dicono di averli visti. A nord e a sud, tre vecchi tenebrosi. A est e a ovest, tre spettri senza luce.

I Ministri vagarono per giorni alla ricerca di Levert, si persero e ritrovarono la strada, tornarono sui loro passi e ripresero il viaggio. Non potevano perdere altro tempo e non ne persero più. Presto trovarono il quartiere dove Didiane irradiava gioia.

Non ebbero problemi a riconoscerlo.

 

Quel quartiere non era più grigio come gli altri, la povertà non vi regnava. La terra ora era fertile, ricoperta di frutteti e di fiori, qui non c’erano ruscelli neri di spazzatura dove i cani e i maiali andavano a bere. L’acqua era cristallina e i bambini giocavano felici.

Veniamo a vedere il neonato, veniamo a portare doni, dissero entrando. E quando la gente li vide, cedette loro il passo, la stessa gente che era stata in piedi per giorni sotto il sole, in una lunga fila per vedere il bambino Levert.

E i Ministri entrarono come un’unica ombra che lo zenit divide in tre. Julien e Didiane diedero loro il benvenuto. I figli della coppia, ora guardiani d’acciaio del fratello, si fecero da parte per far loro strada. Lì, nella luce pallida, videro Levert. I Ministri sprofondarono in un lungo silenzio, con i piedi inchiodati alla terra, e dentro di loro si scatenò una violenta onda di marea che sradicò gli alberi della loro malvagità. La visione del più bel bambino mai visto da occhio umano spazzò via tutto ciò che c’era in loro, lasciando solo i residui della perversione. I Ministri erano stati purificati. Negli occhi di Levert osservarono il tempo e videro loro stessi osservare il tempo negli occhi di Levert. E dicono che lì seppero ogni cosa, ve lo dico. Compresero che il Comandante temeva il bambino, era invidioso perché lo adoravano come la loro nazione non lo aveva mai amato. Seppero che voleva cancellarlo, strappargli la vita, che loro erano spie, strumenti dei suoi lunghi artigli. Si voltarono, baciarono Didiane e Julien sulle labbra, consegnarono le loro offerte e senza dire una parola se ne andarono nella direzione opposta rispetto al Palazzo della Nazione, lontani dal Comandante.

Non si seppe più nulla di loro. È così che dissero che accadde. Tra le macerie del loro male, crebbe timidamente il fiore della benevolenza.

 

La versione completa del racconto è disponibile in Granta – I migliori giovani narratori in spagnolo.

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