Las mañanitas


Riportiamo un estratto dal racconto Las mañanitas, scritto da Federico Guzmán Rubio e tradotto dallo spagnolo da Vincenzo Barca:

Non so se le fa piacere o la disturba. Riuscirci mi è costato parecchio. Lei lo sa. Ad ogni modo ho quasi più fiducia in lei che in me. Lei non sbaglia mai. Non sbaglia, ma a volte ho paura che si stanchi. Stancarsi non vuol dire fallire. O forse sì. Ma stancarsi oggi sarebbe una stupidaggine. E se c’è una che non è stupida, questa è lei.

Si è alzata prima del solito per tingersi i capelli. Dice che le radici erano ridiventate castane e non nere come sono i suoi capelli tinti. Lei ha già qualche capello bianco e a me piace. Le dico che può smettere di tingerseli, ma lei non vuole. È vanitosa e vuole piacermi.

Poi abbiamo portato i bambini alla partita di baseball. Manu ci mette più impegno, ma Checo gioca meglio, anche se non gliene importa; oggi ne ha battuto due valide. Meno male che Manu l’hanno lasciato al piatto solo una volta, ma le altre due volte che ha battuto è arrivato in prima base sano e salvo. Nessuno dei due ha commesso un errore, e anche questo è un bel risultato. Credo che l’allenatore li apprezzi, anche se con me quasi non ci parla.

Andiamo insieme al supermercato. Compriamo la roba per tutta la settimana e per la cena di oggi. A Josefina non piace il guacamole, ma sceglie gli avocado attentamente, che siano maturi ma non troppo. Per me è indifferente, ma i gringos ci vanno pazzi. Forse gli piace perché è uno dei pochi piatti messicani che reggono. Siccome non riescono a mangiarne quasi nessuno, ne hanno inventato altri accettabili, come le fajita. Per me è indifferente. Con la coscienza di fare qualcosa di sbagliato, compriamo ai ragazzi tutto quello che vogliono: patatine, gelato, pizza surgelata. Gli dico che è perché hanno vinto la partita. A pensarci bene, non sto dicendo una bugia, è anche per questo. A me queste cose non piacciono, ma mi piace comprargliele. Per me, mi compro un cartone di birra Victoria e due scatolette di mole verde. Josefina dice che me lo cucina domani. Domani saprò se lo farà come premio o come consolazione.

Arriviamo a casa e mangiamo gli avanzi di ieri. Intanto, guardiamo la televisione. Quando i ragazzi erano piccoli, non capivo quasi niente nei canali in inglese; ora capisco quasi tutto, ma è come se non capissi. Non mi importa quello che dicono, però mi sento orgoglioso di capire. Io lavo i piatti; Manu e Checo mi aiutano. Sono bravi ragazzi. Anche se è solo l’una, Josefina comincia a mettere in ordine la casa. Vuole che sia tutto perfetto. Io mi occupo del giardino; anche i bambini mi aiutano. Mi piace curare il giardino perché il deserto è sempre lo stesso, ma da questa parte ci sono i giardini e da quell’altra no. Dall’altra parte danno la colpa al deserto. Da questa possono comprarsi la terra e non danno la colpa a nessuno. Il nostro giardino è quello meglio curato di tutto l’isolato. Ma non è per questo che Bill, il vicino di fronte, mi ha chiesto se potevo tenergli il suo. Gli ho detto di no. Mi ha chiesto se potevano farlo i ragazzi. Gli ho detto di no, un’altra volta, che avevano altre cose da fare.

Devo tornare al supermercato perché ci siamo dimenticati di comprare le cipolle. Senza cipolle non si può fare niente. Mi piacciono le cipolle perché uno se le può mangiare a morsi, crude, ma senza non si può fare niente. Costano poco. E sono necessarie. Per comprare un chilo di cipolle devo andare in macchina fino al supermercato. Il quartiere dove stavamo era pericoloso ma potevo comprare le cipolle nella mia via. Jeff dice che l’altro quartiere era brutto e che questo è bello. A me piaceva l’altro, ma sono nel suo paese. Saprà lui quello che dice. Forse ha ragione. Tutti, non appena possono, se ne vanno da lì come se puzzasse. Magari puzza davvero. Anch’io, non appena ho potuto, me ne sono andato di corsa, come se puzzasse. Anche da lì, dal Messico, me ne sono andato di corsa. Il Messico è un buon posto per comprare le cipolle.

Torno e la casa è tutta diversa. Abbiamo traslocato da otto mesi. Josefina ha tirato fuori vari addobbi che avevamo comprato da mesi. Ha anche tolto le fodere di plastica dei divani. Ha appeso degli arazzi che ha fatto lei stessa; in uno c’è una cosa azzurra e bianca. Mi viene in mente che può essere il mare e il cielo, ma non glielo chiedo. Magari invece non è. Quello che conta è che sembra bello. Josefina si ferma a guardare i fiori dentro al vaso.

La versione integrale del racconto è contenuta in Trucho – Traviesa 4.

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